Linguaggio Neuroaffermativo: Perché le Parole Contano

Hai mai pensato a quanto potere abbiano le parole?
Possono costruire ponti o erigere muri, possono far sentire accolti o esclusi. 

Questo è particolarmente vero quando parliamo di neurodiversità, un termine che riconosce la naturale variazione nel funzionamento del cervello umano. Un approccio neuroaffermativo celebra queste differenze (come quelle associate all’autismo, all’ADHD, alla dislessia, ecc.) invece di vederle come deficit da correggere.

E al cuore di un approccio neuroaffermativo c’è proprio il linguaggio

Le parole che usiamo possono riflettere e rinforzare pregiudizi, oppure possono promuovere rispetto, comprensione e inclusione.


Le Parole Plasmano la Realtà

Il modo in cui parliamo delle persone neurodivergenti influenza profondamente come vengono percepite – e come percepiscono se stesse. 

Per molto tempo, ha prevalso un modello medico della disabilità, che vede le differenze neurologiche come problemi intrinseci all’individuo, da “curare” o “normalizzare”. Questo modello spesso usa un linguaggio che patologizza (es. “soffre di autismo”, “è affetto da ADHD”).

Un approccio neuroaffermativo, invece, si allinea maggiormente al modello sociale della disabilità. Questo modello riconosce che molte delle difficoltà incontrate dalle persone neurodivergenti non derivano dalle loro caratteristiche intrinseche, ma da barriere presenti nella società (atteggiamenti negativi, ambienti non adatti, mancanza di supporti). Il linguaggio, in quest’ottica, diventa uno strumento per cambiare la narrazione, spostando il focus dal “difetto” alla differenza e all’adattamento dell’ambiente.


Qual è il Linguaggio “Giusto”? La Risposta è: Dipende.

Non c’è una risposta unica valida per tutti. La cosa più importante è rispettare la preferenza individuale.

  • La Regola d’Oro: Chiedi: Se interagisci direttamente con una persona, il modo migliore è chiederle come preferisce essere descritta. “Preferisci dire ‘persona con autismo’ o ‘persona autistica?”
  • Ascolta e Osserva: Se non puoi chiedere direttamente, presta attenzione al linguaggio che la persona usa per descrivere se stessa ed usa quello (nei suoi scritti, nelle conversazioni).

Quando si affronta il tema della neurodiversità, emerge frequentemente una questione linguistica complessa riguardo la scelta tra due approcci principali: il Person-First Language (PFL) e l’Identity-First Language (IFL).

Il Person-First Language, che potremmo tradurre come “linguaggio che mette prima la persona”, si manifesta in espressioni come “persona con autismo” o “bambino con dislessia”. L’intento fondamentale di questo approccio è porre l’accento sull’individuo, separandolo dall’etichetta diagnostica. L’idea sottostante è che la diagnosi rappresenti solo una delle caratteristiche della persona, e non la sua intera identità. È importante notare che questo tipo di linguaggio è stato storicamente promosso da alcuni gruppi attivi nella difesa dei diritti delle persone con disabilità, come strategia per combattere la tendenza alla deumanizzazione.

D’altro canto, l’Identity-First Language, ovvero il “linguaggio che mette prima l’identità”, utilizza formulazioni quali “persona autistica” o “studente dislessico”. Questo approccio si basa sul riconoscimento che la neurodivergenza costituisce una parte integrante e inseparabile dell’identità di un individuo, e non qualcosa di accessorio o di cui provare vergogna. Molte persone neurodivergenti, specialmente all’interno della comunità Autistica, mostrano una preferenza per questo linguaggio. Essi sentono, infatti, che la loro specifica neurotipicità influenza profondamente il modo in cui esperiscono il mondo. Per alcuni, l’uso del Person-First Language può quasi sembrare un tentativo di prendere le distanze da una componente fondamentale del proprio essere.


In Conclusione

Il linguaggio è uno strumento potente. 

Usarlo in modo consapevole e rispettoso quando parliamo di neurodiversità non è solo una questione di “correttezza politica”, ma un passo fondamentale per:

  • Riconoscere e validare l’identità delle persone neurodivergenti.
  • Combattere lo stigma e i pregiudizi.
  • Creare ambienti più inclusivi e accoglienti per tutti.

Scegliere le nostre parole con cura è un piccolo gesto con un grande impatto. È un modo concreto per mostrare rispetto e contribuire a un mondo che celebra tutte le forme della mente umana.